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2.8.09

Yes.. we have to.

Me lo scrivo qui, così me lo ricordo.
E me lo devo ricordare, visto che per come sono fatta, i momenti di lucida costruttività si perdono come lacrime nella pioggia.
Quando capisco davvero la vera natura delle cose, quando mi rendo conto che queste vanno come devono andare, e basta; quando vedo la sottile linea rossa che collega tutto in un inverosimile "migliore dei mondi possibili"....ecco. Quando capita, generalmente mi siedo e aspetto che passi.

Quest'anno il tempo che dedicheremo all'Overlook Hotel sarà straordinariamente poco, e probabilmente straordinariamente ricco di visite, se tutto va come previsto.
Quest'anno più del solito sento il tempo come sabbia tra le dita, che sfugge, e il tempo con la mia famiglia più di tutto.
Mia nonna è la padrona di casa: è lì da prima che venissi io, da prima che arrivasse mia madre, quando ancora papà giocava a ping pong coi cugini giù in paese; è la regina di casa.
Mia nonna è tutt'ora una donna forte e coraggiosa, ma resta una donna anziana, che può accogliere davvero ogni nuovo giorno come un miracolo.
L'Overlook Hotel è il luogo dove quel che non accade mai accade: lo svuotamento, il rilassamento, la protezione affettuosa della famiglia.
Il mio caricabatterie, ma non quello di tutti: i quali, appunto, devono caricarle a me (circa).
Mamma ha preso una sbandata per il mare: un posticino in un'ansa della Liguria, colmo di vecchietti arzilli e supermercati discount.
Molti i vantaggi per lei: non deve sottostare alla Suocera, può dormire con suo marito, lo iodio la rende serena, non le serve la macchina per procacciarsi il cibo.
Inoltre è completamente scevra del piacere dell'Overlook Hotel, quel lasciarsi lentamente andare alla calma marea del vuoto, che per un po' serve, eccome se serve.
Un gioco di forze dunque priva la sottoscritta del 35% delle sue normali vacanze lassù sulle colline.

Voi direte: embè?
Embè,il tempo passa.
E quello che passeremo là, regredirà lentamente, fino a che mia nonna non avrà concluso, speriamo al più tardi, i suoi giorni.
E poi le vacanze familiari dovranno reinventarsi, dopo più di un quarto di secolo, e gli equilibri e i cuori si spezzeranno, e la casa, chissà, verrà abbandonata da chi non avrà più le forze,non solo fisiche, di arrampicarsi su per le montagne per immergersi in un tempio di ricordi di un passato a quel punto concluso.
Quella che ora sembra ai miei occhi una condanna, un capriccio e un'imposizione, potrebbe in realtà rivelarsi un'ottima occasione.
Se riuscissi gradatamente a aprire le porte dell'Overlook Hotel a una nuova popolazione amicale, a qualche collega universitario, a chissà, un amore se mai avrò la possibilità di averne uno, a qualche amico/a; allora sempre gradatamente potrei riuscire a riconvertirlo in un luogo non solo dell'Amore Familiare, ma dell'Amore tout court.
Se riuscissi lentamente a riempirlo di esperienze nuove, quando mancheranno quelle usuali non lo troverò desolatamente vuoto, e il lavoro sarà molto, molto più leggero.

Quel che oggi è la volontà degli altri che mi impedisce di sviluppare la mia, potrebbe essere la forza mia e di quei luoghi.
A patto di sviluppare la mia propria, di volontà.

Ok, se lo avete preso come un invito a farvi una settimana in campagna, potete pure provare nei commenti, ma non è scontato.


15.4.09

What if god was one of us

Metti caso sia quella mamma della Milano bene, vagone 10, posto 14.
Quella che ha la faccia rossa come un pomodoro nascosta sotto i RayBan, ma che con il suo cellulare ultrapiatto ultramoderno parla a bassa voce di antibiotici e di ricette.
Quella che al posto finestrino ha messo suo figlio, biondo e pasciuto, ma con un rossore malsano sulle guance, che dorme per due ore e mezza su tre; lei, che tira fuori dalla sua borsa Prada un foglio piegato in quattro, lo stende e lo usa come ventaglio per il suo cucciolo, senza stancarsi per un'ora di seguito.

Il vecchietto per bene, vagone 10, posto 09, finestrino, che sfoglia DiPiù TV (ex concorrente di amici ha trovato un nuovo amore, 3 pagine di servizio), e quando passa il barista ambulante chiede due birre due, da bere prima che arrivi a Milano e ricominci la sua vita fatta di reality, minestrine e moglie castrante.

La donna obesa, in fronte a lui, che parla meccanicamente al telefono, e ride, e si attorciglia su un dito una ciocca della frangia scura e sporca, per poi riattaccare con un sorriso carico di solitudine e di rabbia, e addormentarsi piegata verso destra, russando, esausta della sua famiglia e del suo lavoro.

La ragazzina alle prese con la maturità e con le sue scarpe giallo limone, che continuano a slacciarsi. Non risponde al telefono, copia appunti di letteratura italiana e inglese e quando prova a mangiare un Kinder Cereali maledice il cielo a mezza voce: il caldo l'ha sciolto quasi del tutto, e lei non ha intenzione di sporcarsi le unghie appena sistemate durante la sua vacanza al mare.

Just a stranger on the bus
Trying to make his way home

20.11.08

Montecarlo


La nazionale polacca di calcio, o russa, o una cosa molto simile, aveva deciso di giocare una partita non so di che genere proprio il giorno in cui noi avevamo deciso di andare a Montecarlo, ma questo, quel giorno di fine agosto, lo scoprimmo soltanto alla coda per i biglietti del treno, davanti a bandiere, sciarpe bianche e blu e chiasso alcoolico.
Io di quel giorno ricordo tutto.
Ricordo che mi ero messa i pantaloni neri e la maglietta bianca, e forse proprio perchè furono lì, a Montecarlo, con me, poi li dimenticai in quella casa, nella stanza che dava sul mare, dove dormivo.
Quei pantaloni neri e quella maglietta bianca non sono ancora tornati dentro la mia stanza, dal giorno in cui li indossai a Montecarlo.
Alle otto eravamo svegli, ma io ero sveglia già da tempo, più o meno dalle cinque, a fissare un cellulare non mio, spento, sul grosso tavolo del salotto.
Gli occhiali da sole non erano un vezzo, ma una necessità assoluta, e non certo perchè battesse il sole..che,per altro, non sembrava essere mai stato così luminoso e grande sopra le nostre teste.
Anche lui portava gli occhiali da sole: eravamo gli unici della compagnia, e ognuno schermava con quelli i suoi sogni, che correvano lontano, in luoghi diametralmente opposti.
Di Montecarlo ricordo la fila per comprare i biglietti del treno, e finalmente toccare il suolo del Principato. La sua polo bianca col contorno nero del colletto, che era l'unica cosa che riuscivo a guardare, perchè quando si girava io abbassavo lo sguardo, di quel poco che serviva.
Io di Montecarlo mi ricordo il silenzio che mi eccheggiava tra le orecchie, la febbre che mi aveva colpito l'anima e che aveva colpito il suo corpo.
In quel posto la telefonia mobile italiana non funziona: e così mi illusi che avrei avuto una tregua, mentre mi sentii pure peggio, isolata, e l'unica persona con cui scambiai due provvidi messaggi fu lui (sempre sia lodato).
C'era l'orangina, che adoro.
"Ne vuoi un po'?"
"No, non mi piace, ho preso l'acqua"
Naturale, ovviamente.
A Montecarlo c'è la curva del gran premio, e c'erano i miei piedi stanchi, e la mia mente stanca, e il cuore gonfio dell'oro del sole e dei palazzi che stava per scoppiare.
Lì i panini costano un euro ogni mezzo metro, ma il mio stomaco si rifiutava di mangiare, e mi limitai a guardare la sua nuca, e a rimettere l'involucro di tovagliolini e cibo nella borsa.
A Montecarlo c'è il Casinò.
E la sua faccia esaltata come quella di un bambino, e io e lui seduti a delle strane macchinette, e il suo racconto di Las Vegas. Là sì, che faceva sul serio.
Montecarlo per lui era una copia sbiadita, con una compagna non desiderata, lontano dalle cose che amava.
Montecarlo per me era il purgatorio, una serie di scalini bianchi per tutta la città, un metaforico inginocchiarsi a ogni passo per chiedere perdono dei peccati, e soprattutto per chiedere perchè, perchè, perchè.
Perchè camminare sotto il sole alle due di pomeriggio, perchè tutta quella sofferenza, perchè facevano i panini così grandi, perchè mi si stringeva il cuore a guardare i suoi occhi lucidi e la fronte imperlata di sudore, a non aspettarlo quando per la troppa debolezza ci camminava dieci passi dietro.
"E' sempre stato il più lento".
Solo io vedevo che stava male? O forse solo a me interessava fargli vedere che avrei potuto fare qualcosa, e magari, dopo tutto quel salire, avremmo potuto riposare un po' insieme.
Ma Montecarlo era la sua sala giochi, e io lo guardavo come da dietro una vetrina, nel silenzio assoluto che si era fatto nella mia testa, completamente isolata dal mondo e accecata da un sole arrogante, irriverente e leonino solo quanto lui.
C'è una foto. Che poi è esattamente come quella che vedete.
Ma in mezzo c'è la sua figura, e il sorriso aperto e dolce e stupito di sempre.
Io lo so, anche se non guardavo. Il palazzo con le sue bandiere sembrava quello di Alice nel paese delle Meraviglie, io avevo la nausea, fame, caldo tutto nello stesso tempo, e mi chiedevo come potessi essere ancora viva dopo ore di inferno.
Però mi ricordo le fontane, e le fiches, ricordo le voci dolci e gli occhiali grandi, di marca, una porche che ci è sfilata davanti e la sensazione che lui, lì in mezzo, fosse esattamente dove è destinato a stare.

24.8.08

Piani temporali

E così forse dovrei dirvi come mai non sono venuta su internet tutto questo tempo.
Dovrei, ma non lo farò.
Semplicemente è la vita, che a volte ti porta lontano dalle cose, che a volte ti dice qual è l'ora dell'esame e non ci sono sessioni successive.
Ci sono state notti d'estate in cui lasciavo a un fascista il compito di scegliermi il cocktail, e mai come in quelle sere finivo brilla a barcollare in riva al mare, fino a parlare fitto sotto casa, e alle tre beccarsi il classico secchio d'acqua in testa, e allora, bagnati, darsi la buonanotte con la paura di sentirsi così opposti e così vicini.
Essere minorenne è una sensazione che ultimamente mi manca, vedere i volti più giovani dei miei parenti, l'emozione quando ti metti il rossetto la prima volta e poi percorri la strada vicino al Muretto con i tacchi vertiginosi, che non sai se è l'altezza o l'emozione a farti sentire quel nodo in gola.
Ci sono stati notti in tenda, svegliarsi e mettere su il caffè intercettando persone in pigiama, e fare la coda per la doccia avvolta nell'accappatoio, rispondendo ai cori e lavandosi a fianco dei propri compagni di vacanza, facendo il classico casino da italiani e andandone incoscientemente fieri.
Ci sono stati giorni di pace, con i miei genitori su per le montagne, e ultimamente anche giorni di dolore, spaventandosi quando capitava di specchiare la propria paura nella paura del proprio padre, e rischiando di lasciarsi trascinare nel delirio, quando, perdonate la citazione tristissima, la vita è adesso.
Ed allora è adesso che ho preparato la valigia e vado al mare, quel mare che cantava Luca Carboni quando avevo otto anni, che mi ricordo ancora al Festivalbar.
Nella mia testa il prima e il dopo si amalgamano, e il futuro si insinua, vischioso, ma non lo voglio guardare.
Voglio ricordarmi a sei anni a ballare la samba sulle scale di casa per scendere e raccogliere il calzino che mia mamma aveva fatto cadere dal balcone, planato dolcemente nel cortile interno.
Voglio ricordare l'infanzia alla sala giochi, i gettoni religiosamente conservati in un porcellino di stoffa, tre a sera, che se no diventi matta.
Voglio ricordare gli occhi chiari di Sox e l'accento tedesco del biondino che mi ha fatto girare la testa a quattordici anni.
Voglio ricordare la sua fidanzata, e la sua mamma che da qualche anno non c'è più.
E provare a canticchiare ancora per le strade come quando meno di un anno fa scendevo dall'appartamentino a Barcellona e andavo a prendere il pane parlando spagnolo.
Che la vita è adesso, e hanno ragione tutti i grandi saggi che, tra i dubbi che ci stringono ai lati, non fanno altro che viverla.

7.9.07

Barcelona

Fermare le impressioni prima che svaniscano è importante.
Specialmente quando, tornata a casa, una innocua e generalmente buona frase di tua mamma ti ricorda quanto sia facile piombare nella routine e nel suo nervosismo a più o meno un'ora di tempo da quando si è toccato di nuovo il proprio letto, molto italiano.
Barcellona è colorata, è viva, è sveglia.
E questo lo si sapeva.
Barcellona è piena di nonne con il carrellino che vanno a fare la spesa, quindicenni paffute che gestiscono negozi di oggettistica, Barcellona è un ricettacolo di piccoli negozietti asiatici ma non rinchiusi in una china town, ma sparsi per le calles, ci sono i panini e i ristoranti ottimi con le cameriere così dolci che te le porteresti a casa al posto della crema.
Ci sono i mercati rionali e quelli più conosciuti come quello di San Josep sulla rambla, ci sono i grandi magazzini, le piccole viuzze, le coppie di innamorati e i poco di buono.
Si trovano molte cabine telefoniche non funzionanti, molti italiani, moltissimi negozi dedicati soltanto alle caramelle.
La lentezza è pregio e difetto e capita di aspettare un quarto d'ora per procedere di un metro in una coda che non sarebbe nemmeno dovuta esistere, per il pullman per l'aereoporto.
Gli aereoporti, poi, sono magici.
Sono piccole bolle di sicurezza, non-luoghi pieni di formichine, ma anche di personaggi rilassati che ci si divertono, sono degli shaker di lingue, linguaggi, segni e disegni, ci sono i bambini che corrono, quelli che piangono, ci sono le cretine come la sottoscritta che prendono un caffè del tutto ignare che sia corretto. Molto corretto.
L'aria poi ti mostra un mondo piccolo e forse misero, ma tutto sommato divertente, come alla fine è.
Barcellona ha una funicolare, un castello, molti sprazzi di arte e di colore, ha qualche via confusa e puzzolente, poche panchine, molti cittadini.
La televisione spagnola offre programmi in catalano e nella lingua nazionale, così come i cinema, ogni sera ci sono film che vale la pena guardare e intere serie cult in televisione.
La pubblicità è creativa e simpatica, insomma, molto, molto di buono.
Non ho bevuto sangria, non ho mangiato paella (crema catalana, gazpacho, churrito e compagnia bella, chiaramente, sì), ho girato mercatini e metropolitane, e sono stata bene.
Benissimo, anche e forse soprattutto, quando ho preso e sono andata a prendere il pane tutta sola nel quartiere.
Il sole splendeva forte, io fischiettavo felice del sogno della notte precedente, la panettiera sorrideva e mi capiva, e io parlavo spagnolo, forte e chiaro.
Ci si torna, per imparare davvero a parlar la lingua dell'arte e delle ragazze in lacrime perchè il novio le ha lasciate, al telefono sul bus, o degli uomini d'affari che nel cellulare ripetono "vale" migliaia di volte.
Intanto si torna qui, tra grigiori e lavori, e si dà il massimo anche qui, pancia in dentro e petto in fuori.
Abbiamo solo incominciato.

4.9.07

Appena prima di partire

Vi lascio un abbraccio, che sarà anche melenso, però dai, credo sia la cosa migliore.
L'isteria da bagagli ha toccato il picco massimo nel momento del ripetuto peso del bagaglio, per scongiurare il pericolo di vederselo rifiutato come bagaglio a mano. NON SIA MAI.
Ad ogni modo,si accettano pensieri benevoli e benauguranti.
Tornerò così presto che quasi non ve ne accorgerete. Se ve ne accorgerete, però, sarò più contenta.
Vado a letto con il famoso misto di ansie e eccitazione tipico della partenza,e un piccolo vocabolario nella borsetta.
A presto!

27.8.07

Piccole viaggiatrici crescono

Mettiamola così, io non sono pratica del mondo.
Mi sto evolvendo, come qualcuno mi ha detto, il mio compito nel mondo non è quello di imparare a essere responsabile, ma se mai ad essere meno responsabile.
Ad ogni modo, passino per passino, le cose le imparo.
Certo allo stato attuale sono ancora abbastanza ottocentesca, come quelle damine dalla pelle candida che si guardano attorno un po' sorprese e un po' annoiate, e che chiamano i bellimbusti autoctoni "garcons"; forse.
Prima di diventare Carmen Sandiego ce ne vorrà ancora ma a me la sifda non spaventa,e anche se spaventa, la accetto comunque di buon grado.
Tutto questo per dire che tra non molti giorni, diciamo otto o nove, mi troverò sola soletta in uno sterminato areoporto di lingua italiana -prima- e di lingua spagnola -dopo-.
Conosco bene la mia lingua, e ho delle basi di inglese, ottima capacità mimica e pochissima faccia tosta, però.
Tutto passabile di miglioramenti chiaramente, attraverso la pratica.
Si accettano scommesse.

15.8.07

Perché tremi in questo agosto?

Sono tornata, non ho nemmeno avuto il tempo di guardare con gli occhi grandi e luccicosi una delle città più belle del mondo che devo già fare i conti con le beghe familiari.
E personali, probabilmente gli ormoni sono insorti e stanno autogestendo la psiche della sottoscritta, che sta provvedendo a colpire quelli più autonomi e ripristinare l’ordine.
Auguri di ferragosto, random, arrivano sul cellulare, mentre io sono stanca, tanto stanca.
Stanca e felice,per carità, perché ho ancora Giotto negli occhi, e la foto con Ughino in Santa Croce, il mio Ughino adorato, condividiamo il colore dei capelli e probabilmente anche l’indole infiammabile e pessimista.
Duecento foto in un paio di giorni, l’incontro con un amico, le fotografie con gli animali di pezza e con la mia compagna di viaggio.
Firenze è bella e caotica, non rincorre nulla e ride tanto, ride tantissimo, ha una prospettiva diversa da quella lombarda sulle cose, molto più limpida.
Un uomo in macchina aveva toccato dentro un marciapiede,a una velocità folle, s’è sentito un bel casino, fossi stata io sarei stata in uno stato oscillante tra il pianto e la voglia di uccidere, lui ha riso.
Volevo fare il bischero, niente, niente,tutto a posto.
Cinquanta euro a chi vede reagire qualcuno così a Milano,e mi porta le prove.
E per chi come me ha sopperito negli anni a mancanze di esseri umani viventi con le parole dei morti, il viaggio a Firenze sembra una gran rimpatriata.
Una lunga pizzata virtuale con tutti quelli che ti hanno tenuto compagnia negli anni, coi quali hai passato notti insonni prima degli esami (a studiarli) con quelli che ammiravi ma che non hai avvicinato troppo, come Galileo; il muso da furetto del buon Machiavelli, la tomba di Alfieri, che finalmente ha riposato dopo una vita che ho amato, ridendo ad alta voce leggendola (in versione autobiografica); un dialogo con le immagini di Masaccio, le volte e Dante, ovunque.
Firenze vive secondo me sotto l’egida del nasone, come è stato ribattezzato familiarmente, vive con il peso della colpa, forse, e ora non fa altro che ricordarsi del figliol prodigo in ogni dove, rendendo grazie a quell’uomo, sempre dipinto con un espressione da incazzato nero, che alla fin della fiera l’ ha resa immortale.
Incazzato nero forse dante era sul serio, ma alla fine è stato tra tutti uno di quelli che mi han tenuto più compagnia, da quando a otto anni sul balcone leggevo la parafrasi per bambini dell’inferno, schifando purgatorio e paradiso,e imparando la sottile arte del contrappasso e della crudeltà.
A proposito: ho preso un mucchietto di ossessioni e ci ho pisciato sopra, oggi, e ho tirato l’acqua,e non l’ho fatto solo metaforicamente.
Sto perdendo tempo,e non lo voglio più tollerare.
Sono confusa, non mi sento sola, ma un po’ paura, quello sì, quella ce l’ho.
L’unica cosa di cui sono sicura è che faccio partito di per me stessa, come Nasone, e che presto ne porterò un altro, di bacione a Firenze, appena posso.

12.8.07

Messaggio video

Sto per partire.
Poco poco, una notte,niente di impegnativo.
Se non è così, è molto molto simile.
NON CE LA FACCIO PIUUUU'.

5.8.07

Bienvenidos a Miami

Non so chi di voi si ricordi della profondissima quiete del posto di villeggiatura che mi accoglie ogni agosto, tanto da essere rinominato Overlook Hotel, anche a causa dei lievi sintomi di esaurimento nervoso dopo un mese nelle sue (due) stanze, a tre chilometri di curve dalla vita, per dirla con Bersani (Samuele).
Bene, le cose cambiano, e anche qui, in un posto che sembra dimenticato dal fato, da dove vi scrivo ora, nel giardinetto dove sento soltanto il fruscio del vento nelle foglie degli alberi, ci sono stati stravolgimenti sconvolgenti.
Il primo è che nella casa (enorme e bellissima) di fronte alla mia piccola catapecchia campagnola si è trasferita una famiglia,anni dopo la dipartita della signora G (niente a che vedere con il meneghino,e successivo, mr. G) che ha riempito la mia infanzia di caramelle,e che probabilmente ha una parte di colpa per la mia pancettina da golosona.
La famiglia che è tornata,tra tutte, è quella di Amica di Penna di quanto avevo 13 anni.
Iniziai a scriverle proprio perchè il paese dove abitava era abbastanza vicino all'Overlook Hotel, e passai qualche divertente anno a sbavare, tra i tredici e i quattordici anni,sui mitici cantanti che fanno i balletti strafighi.
Mamma Penna, Papà Penna, bellissimi Fratelli Maggiori Penna, addirittura Cane Penna: sono tutti di fronte a me, sorridono il mattino,invitano i miei genitori a prendere caffè, fanno cagnara ( Mamma e Papà Rain + Mamma e Papà Penna) a qualunque ora.
Stamane alle nove sotto casa mia c'era un casino mai visto,un capannello di cinquant-sessantenni che se la rideva ad alta voce. Ma alta.
volevo quasi buttare giù un secchio d'acqua e urlare la classica frase "Allora,la vogliamo finire? qui c'è chi cerca di riposare!!"
Amica (di) Penna è a Sharm da stamattina,e crescendo,in questi ultimi 10 anni, è diventata decisamente diversa da me. Già il fatto che vada "a Sharm" fa capire che con una che ama Oslo,insomma, c'è poca trippa per gatti, ma sarà bello l'amarcord,e poi mica ci dobbiamo sposare.
insomma, c'è vita,qua intorno,e mi chiedo se non sia il caso di ribattezzaee l'Overlook Hotel in modo un po' più colorito, chessò, Ibiza.

24.7.07

Corsi e ricorsi

Insomma, si va avanti come le maree, migliorare da un lato e peggiorare dall'altro, un passo avanti e un passo indietro, si ondeggia, si sale e si scende con la corrente, ma si galleggia.
Questo per dirvi: grazie.
Perchè mentre mi prendevo un po' di tempo per rassettare la mente e il corpo, voi vi stavate preoccupando per me,e adesso che ho guardato il mio blog e vi ho visti lì, tutti, mi è davvero venuto da sorridere.

Poi:
mia nonna porella è debole,e in fondo se tutto va avanti con il freno a mano è un po' anche per questo, ma dopo che quella donna forte e orgogliosa ha passato la sua vita a tirar su me,e papà,a stringere i denti e lottare contro le guerre,a essere una delle prime donne che in bicicletta andavano a guadagnarsi lo stipendio, a ballare in balera con il mio nonno adorato e a giocare con me bambina,quando l'età ancora si poteva contare in mesi, a fare l'estetista....il minimo che le dobbiamo è una vacanza un po' rallentata.
La vacanza vera,invece, inaspettatamente è slittata.
Perchè i soldi mancano,sempre,e piuttosto che far fare i tripli turni alla mia amica adorata, meglio settembre, il sole picchia meno, i soldi saranno di più, i tariffari degli ostelli saranno dimezzati.
Mi spiace? non mi spiace?
non lo so.
So che comunque sia sento un senso di pace molto più pervasivo dell'ultima volta che vi scrissi.
Mi sto forse disintossicando anche dai miei giochini e dalle mie impalcature mentali,e anche se fosse solo questo,quello che farò nell'estate 2007, direi che è già qualcosa.
Ovviamente, sto già pensando di farmi un week end sulla costa tirrenica (per ammazzare il tempo,valà..) e un paio di giorni a Ferrara.
Non sto ferma, non mi piace stare ferma, vero che penso 1000 e combino 10,ma alla fine qualcosa combino.

Mi sento ottimista,non so perchè, è come con le onde, vanno e vengono,saranno gli ormoni o le stelle,sarà che ormai so di esser capace di rialzarmi anche dopo essere stata ricoperta di amarezza, sarà che alla fine a ventidue anni non puoi arrenderti, non ancora, non si può.
Vi scriverò presto, specialmente se la pineta e la spiaggia continueranno a essere bagnate di gocce pesanti e rade come in questo momento.

28.3.07

101 modi per passare una notte in bianco (parte seconda)

(la parte prima la trovate qui)


Una scommessa con me stessa,cominciata pigramente tra gli scaffali della biblioteca rionale,perchè voglia di lavorare saltami addosso.
Trovai e presi quel libro che una volta tanto mi stupì,pensando: vediamo se quasi una decina di anni sono bastati a togliermi la paura,come davanti ai film horror.

Avevo quattordici anni allora,e un'anima incredibilmente goth,quando ancora non sapevo cosa fosse il goth.
Divoravo Poe e sognavo Dorian Gray, e così fu per me normale, ai tempi,prendere in mano La Boutique del Mistero, di Buzzati, per affinità tematica.
Ricordo che quando chiusi il libro ero terrorizzata.
Per anni ho portato dentro di me il racconto Una cosa che comincia per Elle, e no, non è il mio nome.
Oggi l'ho riletto,per conciliare il sonno,e ho scoperto di non essere immune al terrore,anzi,di sentirlo sempre di più,sempre più amaro, sempre più sottopelle.
Addio sonno.
Non ho letto tutto il libro ma quel poco che ho letto è sufficiente per non farmi dormire.
A quattordici anni non avevo prestato attenzione a Ragazza che precipita, oggi sì, ovviamente.
Forse perchè siamo a un piano più basso di quel palazzo dal quale cadiamo tutte, partendo fresche e piene di gioia, troppo di fretta per badare alle fugaci felicità, e alla fine tutte ci spatasciamo al suolo con l'amarezza del sogno non realizzato, vecchie ed avvizzite.
E quando siamo disincantate,nemmeno facciamo rumore.
Chissà chi ci abita,nel palazzo, chi ci guarda precipitare in una folle gara a chi si schianta per prima col suo vestito migliore.

Io sono ancora ai piani alti, proverò a trattenere la mano di qualche baldo giovine, proverò a soffermarmi,ma la gravità è per tutti la stessa,e si cade.
Buzzati confidava soltanto nei poeti, e chissà se l'arte sarà con me almeno un po' indulgente, da lasciarmi un ruolo di scribacchina, di critica, di piccola segretaria.
Siamo tutti conigli,in fondo, immersi in un grande campo buio senza sapere cosa accadrà.

Anche noi,nella notte, in mezzo alla campagna, non siamo più che ombre, fantasmi scuri con dentro l'invisibile carico di affanni.
Dov'è tesa la tagliola?
Al lume favoloso della luna cantano i grilli.
(Conigli sotto la luna, La boutique del mistero, D. Buzzati)

5.1.07

Bonjour a tout le monde:)

Stamattina ero sugli champs elysees a mangiare una crepes al cioccolato amaro.
Ho preso la metrò per Pigalle,visto che io alloggiavo con mami e papi proprio nel bel mezzo del quartiere a luci rosse,e ho ritirato le valigie.
In Gare du Nord ho preso il treno,linea B,che portava all'areoporto Charles De Gaulle (strano che mille posti a Parigi si chiamino esattamente così) e ho preso il mio trenino che portava dritto dritto al capoluogo meneghino.
Ho visto che sopra le nuvole c'è il sole,ed è una cosa splendida.
Ho bevuto un buon tè a spese dell'Air France e poi sono tornata a casa per raccontarvi tutto.
Giusto per la cronaca,ieri Tour Eiffel, cena in quella viuzza sopraccitata (spartana,ma che importa), Concorde e Montmatre,dove sono riuscita anche a farmi venire un malore e farmi portare a casa in tassì.
I Tassì in Francia costano una MISERIA.
Ci sono un sacco di conduttrici di metrò femmine e di spazzine,insomma,i lavori tipicamente maschili lì li fanno le signorine.
E' uno splendido esempio di come persone di ogni razza e cultura,e davvero di ogni,condividano senza calpestarsi,anzi,integrandosi.
C'è una capacità di comprensione e democrazia maggiore che in Italia,e si nota anche in un week end lungo.
L'unica cosa un po' così è l'igiene: insomma, capita a Parigi di sentire qualche spiacevole miasmo.

Ps.
Appena arrivata,due giorni fa,ho guardato l'Opera da fuori e poi mi sono infilata nel Louvre. Ho fatto solo quello. Non ne sono uscita finchè non sono stata soddisfatta.
Costa come un cinema il sabato sera e davvero c'è dentro il mondo,l'arte, c'è tutto e c'è un po' di più.
Trovi l'amore e la forza e la disperazione e il sublime come l'antico. E' stupendo,voglio vivere dentro il Louvre.

29.7.06

Rainbowsparks in trasferta

La vostra Rain è in trasferta.
Sono nella casa in campagna dove ogni anno,cascasse il mondo o si scatenasse una guerra,vengo in agosto.
E’ un posto magico, dalla bellezza un po’ decadente, un po’ rustica,terribilmente familiare.
Io che ora “sono alta come la mamma” mi specchiavo soltanto il ciuffo di capelli più in alto nello specchio che ora riesce a riflettermi dalla vita in su.
Io che qui ho ancora i poster dei backstreet boys e mi struggo pensando a quante volte mi sono girata nel letto a castello pensando a Nick Carter,o al dirimpettaio genovese di quattro anni più grande (e mai realmente visto,una sorta di creatura mitologica).
Io ancora qui,anno dopo anno,adesso che mi sento veramente cresciuta, che guardo indietro e mi rivedo a otto anni,a undici,a dodici,a sedici….ora che sono vicina ai ventidue e non gioco più con le Barbie sul letto della nonna, ora che non faccio più le vacanze al mare in luglio dalla bellezza di due anni perché anche io sono troppo assorbita dagli esami,dal lavoro, ora che mi viene il magone a pensare a quanto veloce il tempo passa…sorrido comunque, perché alla fine sono qui,siamo tutti qui.
Non c’è vacanza senza la pace assordante,il profumo di legna,il lettino e i problemi al cellulare che si risolvono solo correndo su nel giardino,ormai mezzo distrutto dalla trascuratezza.
In giardino i pini centenari sono morti.
Non per negligenza,ma per semplice mancanza d’acqua. Più grandi sono,di più acqua hanno bisogno, e siccome sono cinque finisce che si disidratano a vicenda.
Sono secchi,e io sto scrivendo alla loro triste ombra.
Papà è più triste di loro: bisognerà tagliarli, togliere le radici, mettere nuova terra.
Piantare nuovi semi e vedere germogliare un prato finalmente compatto,verde tenero.
Anno dopo anno vedere spuntare questi mini-alberelli-di-natale e vederli diventare alti come me,e poi di più,e poi di più, e quando verranno qui i miei figli allora questi alberelli saranno alti come sono ora questi.
Magari ci sarò anche io, magari no, adesso non lo posso sapere e se mi fermo a pensarci finisce che mi imparanoio.
La connessione internet,qui, è fondamentale per non impazzire.
Ed è molto moderata,a sufficienza per non fare overdose.
Il silenzio è ovunque,e una gatta coccolosa che ama farsi le unghie sulle mie gambe è seduta sull’erba a un metro da me,che si lecca pacifica.
Tutto questo la vostra Rainbow nel caos della vita cittadina non può certo raccontarvelo.Ma da qui,sì.

4.5.06

Cosa facciamo?

Il sovraccitato cd l'ho risentito a spezzoni,ultimamente.
E sa ancora di Barcellona e della gita di seconda liceo,che poi sarebbe la quarta superiore...sa ancora della nausea pazzesca su quel pullman,sa ancora di una sorta di strana piadina vicino al museo di Dalì.
Sa delle mie 3 amiche del cuore che mi avevano abbandonato, sa di quella strada,quella notte, in cui c'erano solo negozi di musica e davanti all'ennesima stratocaster ho fatto la cazzata e ho mandato un messaggio in Italia, all'unico che io avessi mai amato (in silenzio e non corrisposta), timidamente spiegandogli che il bene che gli volevo era un po' diverso da quello per un fratello e beccandomi un cortese due di picche.
Quel cd sa ancora del risveglio delle orecchie e dei cori con la mia compagna di banco, sa ancora di Sangria e di prof di matematica così ubriache da firmare fogli in cui giuravano di non interrogare fino a giugno.
Sa della prima sigaretta smezzata in un cesso di un locale, fumata con una amica guardandoci negli occhi, come per controllare la complicità, per specchiarci e controllare che sì,eravamo proprio noi,col cuore spezzato e i piedi che facevano male per le troppe camminate, che mandavamo affanculo il mondo intero con quel gesto così stupido.

E nel viaggio di ritorno ero attaccata al cellulare come a una periferica,e non vedevo l'ora di rivedere la mia gemella, colei che mi capiva perchè noi sì che sapevamo cos'era l'amicizia, quella amicizia perfetta di aderenza e solidarietà. E poi volevo sentire il mio "fratellino" emiliano,che lo era già e lo è ancora, e poi mi giravo sul sedile,appoggiavo la fronte al finestrino e sentivo a ripetizione "non ti vedevo".

Lo diceva anche la canzone.
Crescevo e non me ne accorgevo.
Sarebbe cambiato tutto,di lì a poco. Sarebbe cambiato tutto più volte,a distanza di pochi mesi l'una dall'altra, e tutt'ora le cose cambiano e poco importa se non sono più su un autobus a tentare di non vomitare, in fondo è lo stesso.
E se anche ho capito che son viva dalla luce degli occhi miei devo ancora difendermi,saperlo fare nel momento giusto, e devo saper scegliere di chi fidarmi e di chi no, devo saper scegliere cosa fare e in che modo, ed è sempre il latino a darmi la mazzata finale.
Tutto questo prende un po' tempo, un po' di energie,un po' di veglie rosicchiate via al sonno e così dicendo.
Però questi anni a qualcosa sono serviti (oltre che a far impolverire quel cd masterizzato),e sono abbastanza fiduciosa,perchè ho imparato che niente è impossibile,quasi niente è facile e in ogni caso esiste sempre un domani che potrebbe rimettere in gioco ogni carta.