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26.1.09

Sante parole



Personalmente, ho notato un mio leggero spostamento del mio ruolo dalla parte più "ingessata" a quella "rompicoglioni", con conseguente spostamento della categoria di uomini prescelta da "decisionisti" a "soprammobili".
Non dico invertire la rotta, eh, ma insomma, un po' di equilibrio.

20.11.08

Montecarlo


La nazionale polacca di calcio, o russa, o una cosa molto simile, aveva deciso di giocare una partita non so di che genere proprio il giorno in cui noi avevamo deciso di andare a Montecarlo, ma questo, quel giorno di fine agosto, lo scoprimmo soltanto alla coda per i biglietti del treno, davanti a bandiere, sciarpe bianche e blu e chiasso alcoolico.
Io di quel giorno ricordo tutto.
Ricordo che mi ero messa i pantaloni neri e la maglietta bianca, e forse proprio perchè furono lì, a Montecarlo, con me, poi li dimenticai in quella casa, nella stanza che dava sul mare, dove dormivo.
Quei pantaloni neri e quella maglietta bianca non sono ancora tornati dentro la mia stanza, dal giorno in cui li indossai a Montecarlo.
Alle otto eravamo svegli, ma io ero sveglia già da tempo, più o meno dalle cinque, a fissare un cellulare non mio, spento, sul grosso tavolo del salotto.
Gli occhiali da sole non erano un vezzo, ma una necessità assoluta, e non certo perchè battesse il sole..che,per altro, non sembrava essere mai stato così luminoso e grande sopra le nostre teste.
Anche lui portava gli occhiali da sole: eravamo gli unici della compagnia, e ognuno schermava con quelli i suoi sogni, che correvano lontano, in luoghi diametralmente opposti.
Di Montecarlo ricordo la fila per comprare i biglietti del treno, e finalmente toccare il suolo del Principato. La sua polo bianca col contorno nero del colletto, che era l'unica cosa che riuscivo a guardare, perchè quando si girava io abbassavo lo sguardo, di quel poco che serviva.
Io di Montecarlo mi ricordo il silenzio che mi eccheggiava tra le orecchie, la febbre che mi aveva colpito l'anima e che aveva colpito il suo corpo.
In quel posto la telefonia mobile italiana non funziona: e così mi illusi che avrei avuto una tregua, mentre mi sentii pure peggio, isolata, e l'unica persona con cui scambiai due provvidi messaggi fu lui (sempre sia lodato).
C'era l'orangina, che adoro.
"Ne vuoi un po'?"
"No, non mi piace, ho preso l'acqua"
Naturale, ovviamente.
A Montecarlo c'è la curva del gran premio, e c'erano i miei piedi stanchi, e la mia mente stanca, e il cuore gonfio dell'oro del sole e dei palazzi che stava per scoppiare.
Lì i panini costano un euro ogni mezzo metro, ma il mio stomaco si rifiutava di mangiare, e mi limitai a guardare la sua nuca, e a rimettere l'involucro di tovagliolini e cibo nella borsa.
A Montecarlo c'è il Casinò.
E la sua faccia esaltata come quella di un bambino, e io e lui seduti a delle strane macchinette, e il suo racconto di Las Vegas. Là sì, che faceva sul serio.
Montecarlo per lui era una copia sbiadita, con una compagna non desiderata, lontano dalle cose che amava.
Montecarlo per me era il purgatorio, una serie di scalini bianchi per tutta la città, un metaforico inginocchiarsi a ogni passo per chiedere perdono dei peccati, e soprattutto per chiedere perchè, perchè, perchè.
Perchè camminare sotto il sole alle due di pomeriggio, perchè tutta quella sofferenza, perchè facevano i panini così grandi, perchè mi si stringeva il cuore a guardare i suoi occhi lucidi e la fronte imperlata di sudore, a non aspettarlo quando per la troppa debolezza ci camminava dieci passi dietro.
"E' sempre stato il più lento".
Solo io vedevo che stava male? O forse solo a me interessava fargli vedere che avrei potuto fare qualcosa, e magari, dopo tutto quel salire, avremmo potuto riposare un po' insieme.
Ma Montecarlo era la sua sala giochi, e io lo guardavo come da dietro una vetrina, nel silenzio assoluto che si era fatto nella mia testa, completamente isolata dal mondo e accecata da un sole arrogante, irriverente e leonino solo quanto lui.
C'è una foto. Che poi è esattamente come quella che vedete.
Ma in mezzo c'è la sua figura, e il sorriso aperto e dolce e stupito di sempre.
Io lo so, anche se non guardavo. Il palazzo con le sue bandiere sembrava quello di Alice nel paese delle Meraviglie, io avevo la nausea, fame, caldo tutto nello stesso tempo, e mi chiedevo come potessi essere ancora viva dopo ore di inferno.
Però mi ricordo le fontane, e le fiches, ricordo le voci dolci e gli occhiali grandi, di marca, una porche che ci è sfilata davanti e la sensazione che lui, lì in mezzo, fosse esattamente dove è destinato a stare.

3.11.08

La notte degli spiriti

La notte di Halloween, si sa, è la notte degli spiriti.
E ora che sono passate un po' di ore, voglio dirvi che è assolutamente vero: ad Halloween si incontrano esseri umani che mai e poi mai avreste pensato di incrociare.
Ad esempio uno zingaro toscano, occhi luminosi e edera fra i capelli, che nella vita "si muove e si arrangia".
Le gote rosse rosse e la corporatura da gigante buono, mi ha detto "ricordati che le cose accadono da sole. Tu lasciale soltanto accadere."
E per ricordarmelo, me lo ha letteralmente legato al dito.
Sulla mia scrivania ho un pezzo di corda grezza, che per qualche tempo è stata saldamente arrotolata intorno al mio mignolo, e una benaugurante foglia con quattro punte di non so che albero.
Perchè vola solo chi osa farlo.

E come non ricordare il Folletto, che quasi chiedendo scusa si è avvicinato solo ad ascoltare, ma che in quegli occhi lasciava intravedere il brilluccichio della magia di chi vive nei boschi.
Così com'è arrivato, così se ne è andato, a rincorrere la vita da dove sorge il sole a dove lo esaminano per carpirne i segreti più nascosti, forse portandone a casa un raggio, nascosto in tasca.
Mi hai fatto sbattere le palpebre più di una volta, e mi hai donato la consapevolezza che, come diceva il saggio, non ti aspetti mai l'inquisizione spagnola: un giorno il tuo cuore è pieno di tristezza, e quello dopo ti trovi a sorseggiare vodka e succo di mela davanti al tuo trucco posticcio e al tuo nome così bello.
Sei saltellato via come una lucciola, ma un po' della tua luce è rimasta. E mi basta pensare a quel sorriso larghissimo, figlio dello stregatto e di un manga giapponese, che sorrido anche io.
Perchè sarà stupido, ma a me basta sapere che esistono creature così. Prima o poi ne acchiapperò una a metà di un balzello, e forse la terrò con me...o forse, semplicemente, mi metterò a saltare pure io.

27.10.08

Burn this city

Non mi hai fermata.
Non l'hai ancora fatto e non inizierai a farlo ora.
E quel giorno io ci sarò, dovessi essere là da sola.
Forse sarò molto brilla, ma sicuramente non mi farò rovinare la festa.
Novembre, lo dice anche Giusy Ferreri, è il mese giusto per riaccendere le luci.

22.10.08

Dignità

E' la dignità, la capacità di portare le ferite e di non nasconderle.
Di rendere onorevole anche il dolore, e anche la frustrazione e il dispiacere.
Perchè anche se lo si legge nei tuoi occhioni, tu non ti puoi fermare. E allora non ti fermi, ringrazi tanto ma ti metti in disparte.
Non posso nascondere il peso.
Ma posso portarlo con dignità.

19.10.08

Lo sfogatoio

Oggi ho sentito il singolo di Tiziano Ferro.
Nel senso di sentito tutto.
Al di là che una canzone d'amore di quelle lacrimose, dove c'è la parola rigore ultimamente mi crea degli scompensi.
Ho iniziato a cedere a "spero senza rancore che le tue paure siano pure", vedendo gli occhi e il sorriso ingenuo e pulito, che tanto "io son morto e nessuno se n'è accorto".

Ieri sera poi, incrociare il Lampadina, e rendermi conto che è invecchiato male, e chissà cos'avrà pensato lui stringendomi la mano.
Quanto tempo, mi ha detto.
Io ho annuito e il Quasifratello mi si è stretto addosso, secondo me aveva paura che mi sbriciolassi tipo vampiro al sole, ma non è andata così, mi veniva fin da ridere.
E io ho pensato alla biblioteca di quartiere e le mie mani nervose, gli occhiali sporchi di lacrime e lui che mi spiega per la prima volta, abbondantemente maggiorenne, come si fa ad accendere una sigaretta.
Perchè prima chi me le accendeva era (è?) il suo peggior nemico.
Non gli ho chiesto niente, non voglio sapere.
Se le cose accadono al momento giusto, io non le forzo, non ho più voglia.
Ho voglia di riflettere ed uscire, in un ritmo di chiusura ed apertura col quale muovermi in bilico, col quale stupirmi anche di un film demenziale e col quale non prendermela se passo la domenica a casa col raffreddore.

11.10.08

Canta che ti passa



I love you much
It’s not enough
You love blow and I love puff

And life is like a pipe
And I’m a tiny penny rolling up the walls inside

We only said goodbye with words
I died a hundred times
You go back to her
And I go back to
Black

10.10.08

C'è da fare

Piove il piacere di dimenticare le cose di ieri,
quando tu fra le braccia mie
ci stavi, e c'eri...

Cosa succede quando perdi nello stesso tempo l'uomo che desideri e una delle amiche più care, più o meno quella con la medaglia bronzargentea?
Niente.
Succede che tiri dritto.
Che piangi tanto e spesso per niente.
Che confidi tutto all'amica più fuori di testa e la porti a fare shopping, e alzi il calice con lei.
Che poi un giorno ti chiamano e ti dicono che ti vogliono vedere delle persone.
Lui compreso.
E niente, si tira dritto, si alza il calice, si guarda avanti, ci si ammazza di lavoro.
La sera si è così stanchi che non si finiscono nemmeno gli articoli di Vanity Fair da 5 minuti di lettura.

30.9.08

Tabula rasa

La verità è che sono rimasta solo io. A guardare gli altri ritagliarsi un pezzo di felicità meritato e agognato da tempo.
Non vorrei che questo post somigliasse a uno di quei post vittimisti tristissimi che di tanto in tanto si leggono sulla blogosfera, per cui cercherò di tagliare al minimo il self-pitying (dicasi anche autocommiserazione) e cercherò di pensare in maniera costruttiva.
Ordunque.
Al momento devo dare un esame, causa terremoto sentimentale ho fatto terra bruciata degli amici più cari se non in via telematica (una telefonata ogni tanto per almeno spiegare la mia scomparsa dai luoghi di ritrovo), tutti, ma dico tutti proprio tutti, mi si fidanzano attorno e io sono tanto tanto felice per loro.
Mia madre sta gradualmente preparandosi per un ricovero, a me devono arrivare, e ho tanta voglia di stramaledire la terra che ho sotto i piedi.
Dimentichiamo la situazione politica italiana, così, per aggiungere miseria a miseria?
Comunque ci si rialza sempre e si ricomincia.
A partire da ORA.

28.9.08

Patetismi

L'immagine di te che vorrei conservare davvero è quella di un mese fa, esatto.
Andare verso il mio letto e trovarti disteso per il lungo, un braccio sotto la testa e le labbra socchiuse, le gambe stese e i piedi sospesi fuori dalle lenzuola, a dormire di quel sonno febbricitante che ti aveva colto.
Vado un secondo, avevi detto.
Il tuo cellulare era sul tavolo per una volta, e non tra le tue mani.
La televisione era accesa su Studio Aperto Sport o una cretinata del genere, ma il volume era quasi a zero.
Potrei giurare di ricordare il ritmo con cui respiravi.
Hanno provato a dirmi "adesso te lo buttiamo giù dal letto", ma ho scosso la testa veloce, volevo svegliarti io, rubare un attimo di intimità, regalarti una delicatezza che non ti avrebbero riservato.
E è stato bello sfiorarti piano e vedere che aprivi gli occhi sorridente, innocente, come sempre, mentre io per un secondo dimenticai e sorrisi a mia volta.
Buonanotte.
Quando tutti sono andati a letto, ho infilato il naso nelle coperte e sorriso, mentre dalle tapparelle rotte entrava la luce dei lampioni sull'Aurelia.
Buonanotte.

Stasera ti penserò parecchio, e lo so già.


[Abbiate pazienza, sto elaborando]

20.9.08

Parla d'amore (ma a qualcun altro)

Lui è dolce ma fragile.
Qualcosa nella sua vita non ha funzionato e si trova al quarto di secolo ancora protetto da una serie di paure e dalla sfiducia nella gente.
Lei ha un bagaglio di esperienze un tantino più articolato e una definita tendenza a ipercontrollare le cose.
Lo incontra quasi per caso, e quasi per caso lo raccoglie come un cucciolo di cane.
Lui è innamorato di una ragazza bionda con gli occhi azzurri, e lei, quasi per celia, decide di dargli una mano.
Lui si comporta come un animale selvatico, lentamente annusando il territorio e lentamente concedendo la sua attenzione, ma tutto sommato l'amore è più forte del riserbo, e piano piano si apre, e si scopre.
Piano piano lascia venire in superficie qualcosa di sè: sono stupidaggini, certo, soltanto gusti, confidenze, giochi.
La gente intorno li osserva con una certa curiosità, ma sempre da lontano.
La vita va avanti, le parole gentili servono, aiutano a buttarsi e, quasi per celia, lui finalmente trova la donna che cercava.
Per scoprire che senza gusti, confidenze e giochi, però, non si va da nessuna parte.
Torna indietro, finalmente responsabile delle sue scelte e dei suoi sentimenti. Torna indietro e attraversa la linea che divide il mondo delle ombre dall'iperuranio e, finalmente, impara a vivere.


Ecco, questo, ricordiamocelo tutti e molto bene, è soltanto lo stucchevole riassunto di un film di Silvio Muccino.
Per altro farcito di citazioni di un cinema che può solo sognare da lontano, e che rendono il film una lunga passerella di immagini riflesse che disorientano chi lo guarda.

3.9.08

Dai, sorridi

Non esiste nulla di più ingannevole di un sorriso.
E nessuno lo sa meglio di chi si nasconde dietro a quello: alcuni mostrano i denti come cortese avvertimento ai nemici, altri mostrano volti raggianti per non piangere, e c'è chi fa strane smorfie per mascherare la paura.
(Desperate Housewife, episodio 4x02)

Ci siamo fatte una foto.
Tutte e tre strette insieme, con dei sorrisi raggianti.
Carissima Amica teneva una mano sulla mia spalla e una su quella della Bambolina, e sorrideva al suo fidanzato.
"Amore, facci una foto, guarda come siamo belle."
Sorrideva, di quel sorriso che regala ai genitori di lui ogni volta che tirano fuori metaforici coltelli, ogni volta che si fanno le pulci, ogni volta che sotto il tappeto della buona creanza nascondono ormai insanabili pregiudizi.
Bambolina si era messa vicino vicino al suo braccio sinistro, sorrideva, il solito sorriso incosciente e spensierato, la solita risata allegra.
Qualcuno le ha detto "Guarda che per giocare stiamo aspettando solo te", come sempre ha sbattuto le ciglia.
"Un attimo."
Cinque secondi prima mi ha chiesto di andare in farmacia con lei, i conti non tornano e tutta quella incoscienza estiva potrebbe portare qualche angoscia e qualche piccolo problemino di natura biologica.
Io mi appoggiavo al braccio destro di Carissima Amica.
L'unica che sa qualcosa di quello che mi passava per la testa.
Cinque minuti prima Amichetto Forzista, che non è scemo, ha guardato nei miei occhi giocando un po' "Qui serve una delle nostre colazioni a Cadorna.C'è qualcosa che ti turba."
"Non essere sciocco, va tutto benissimo."
Sorridevo, attaccata a quel braccio, e a tre metri da me, in un angolo, vedevo le guance arrossate di gioia della persona della quale sono invaghita, gli occhi lucidi e le mani che tenevano stretto il cellulare nel quale parlava la sua ragazza.

Sorridevamo, tutte e tre, e nessuna ne aveva voglia.
Ma sorridere rilascia endorfine, e disorienta tutti coloro che non hanno la chiave dei nostri cuori.

30.8.08

Nessun dolore (?)

Cucciolo mio,
non sono affatto ferita e adirata da quello che è successo.
Anzi, sono felice di saperti vicino a qualcuno che ti farà capire qual è per davvero la spiritualità da perseguire.
Ti auguro un felice autoerotismo,e cercherò di prendere esempio dalla contessina tua amante e smettere di ascoltare quella musicaccia piena di urli e di satanismo, come sono certa farai anche tu appena ti avrà stretto il guinzaglio al collo.
Perchè non iniziare da questo capolavoro?Guarda, c'è anche uno con la tua pettinatura.




(si consiglia la visione ai bambini, ma soprattutto alle bambine)

Io, di capa un po' guastata, io...
mia mamma lo diceva, che non eri proprio il tipo mio
Ma avevo te sempre nella testa
e tu invece avevi l'acqua fresca...

13.7.08

Stefano

Correva il 1996, avevo dodici anni da compiere e l'anno successivo sarei andata in seconda media.
Era maggio, e io guardavo fuori dalla finestra ascoltando il mio primo cd. Laura Pausini (il primo che ride verrà regolarmente punito).
La musica era mielosa, e io in testa avevo solo un nome.
Stefano.
Stefano era il mio compagno di banco, ed era la mia nemesi: era chiassoso e lazzarone almeno quanto io ero timida e diligente; era popolare, era un peperino e aveva dei bellissimi occhi scuri; anche la sua carnagione era opposta alla mia, grazie alle sue origini partenopee.
Ci avevano messi vicini di banco per purissimo caso, o forse perchè speravano di mitigare lui e di far svegliare un po' me. In qualche modo, l'esperimento riuscì: ad avermi sempre accanto lui iniziò ad affezionarsi un pochino, io iniziai a sentire quello strano mal di stomaco, quella sensazione di vuoto i giorni in cui era a casa con l'influenza.
Lo invidiavo e lo concupivo: le sue battute mi facevano ridere, i suoi disegni scarabocchiati sui fogli e poi passati da banco a banco erano carini, i suoi modi gentili e io non smettevo un attimo di pensarci.
Prima quando ci si metteva in cerchio a chiedersi "chi ti piace" rispondevo sempre Nicola. Era alto, aveva gli occhi verdi e piaceva a tutte.
Onestamente, ero attratta da lui quanto da un frigorifero, però dovevo rispondere lo stesso, o mi avrebbero tutte prese in giro: era il modo più veloce e indolore.
Stefano aveva il naso grosso, era basso e combinava un casino di guai, non era popolare come Nicola, ma era tra le persone che mi trattavano meglio, che mi parlavano e che sprizzavano da tutti i pori la vita che avevo dentro e non sapevo tirar fuori.
Quella notte di maggio, guardando fuori dalla finestra, scrissi una poesia, piegai con cura il biglietto in quattro parti e scrissi "Per Stefano". Non gliela avrei mandata di sicuro, mai: c'era (e c'è tutt'ora) uno scrigno che raccoglie le mie lettere d'amore mai spedite,e quella era la sua destinazione.
Non fosse che...
quella sera, citofonarono dei miei compagni di classe.
Ero eccitata, basita, felice. Una benedizione, un miracolo, l'occasione per mostrargli che non ero solo una secchiona, che ero vera, che volevo la loro amicizia.
Aprii il portone, gli offrii della aranciata, li feci accomodare sul mio letto, mi sentivo come se mi avessero dato l'unica occasione della mia vita per essere felice e non volevo sprecarla.
Emilio vide un pezzo di carta in un angolo.
Cos'è?
niente.
Cos'è?
Dammelo.
Cos'è?
Dai Emilio, cavolo, dammelo!! non è niente.
Emilio, e il resto della ciurma, si chiusero nel mio bagno. con il mio foglietto.
Tra loro c'era Stefano.
Stavano leggendo, tutti, stavano ridendo, tutti, lui non mi voleva, che figura di merda.
Devo impedirlo devo impedirlo a tutti i costi no Stefano ti prego non leggere no rimaniamo amici sei la cosa più bella che ho Stefano no ti prego no devo impedirlo non deve non deve dio mio non deve.
La porta del mio bagno è una porta a vetri, e la buttai giù con una ginocchiata.
Smisero di leggere.
Io, e i miei occhi pieni di lacrime, svenimmo sul posto.
Stefano si chinò a vedere se stavo bene.
Lasciami stare ti prego sparisci ti prego non mi guardare per favore non farlo non farlo vai via vai via, no, anzi, rimani, chiedimi ancora se sto bene, non sto bene, ma sto benissimo se me lo chiedi un'altra volta.
Mia madre mi tirò in piedi, li fece uscire. Qualcuno era spaventato, qualcuno rideva.
Io sapevo che in una settimana la scuola sarebbe finita, e l'anno dopo sarei stata ancora lì, di fianco a Stefano.
Sapevo che lui sapeva, sapevo che non aveva detto nulla ma sapeva, sapevo che non sarebbe più stato come prima nè con lui, nè con nessuno. Avevo addosso la lettera scarlatta.
Il mio amore era stato violato, stuprato, deriso e messo in mostra, e undici anni dopo ricordo bene la sensazione.

Oggi poi la ricordo ancora meglio, perchè è successo di nuovo.

6.7.08

Figurati, che problema c'è?




Io l'accompagno alla mostra del Pintoretto
anche se in realtà preferisco
di gran lunga il Tinturicchio,
poi vado a casa e con un cuscino sulla faccia
penso a lei ascoltando al buio F.De Gregori.
E, dato che lei salutandomi mi ha baciato
nelle vicinanze dell'angolo esterno della bocca,
ritengo a ragione di avere delle possibilità...sto cazzo!

Mamma di Rainbow:"E fammi capire, tu sei il monumento, no?"

11.5.08

Losing my religion

"C'è una canzone.."
"Losing my religion"
Strizzò gli occhi e poi disse di sì.
"Lo sai che vuol dire, Losing my religion?"
"Alla lettera: perdendo la mia religione. Vuol dire altro?" Risposi.
"Losing my religion è una espressione idiomatica. Significa qualcosa del tipo: non farcela più"
[..]
Prima di andare a letto cercai fra i miei dischi. Out of time c'era, così lo misi nel lettore, diedi un colpo al pulsante dello skip, e lasciai partire la canzone numero due. Losing my religion, appunto. La ascoltai tenendo in mano il libretto con i testi, perchè volevo cercare di capire.
(G. Carofiglio, Ad occhi chiusi, in I casi dell'avvocato Guerrieri, pp.376-377)


La vita è grande
E' più grande di te
e tu non sei come me
i grandi spazi nei quali mi dirigerò
quella distanza nei tuoi occhi

Il dolore si sente dall'odore.
Sono convinta che si annusi, il dolore, come ogni altra sensazione.
Si annusa ancora con maggior chiarezza quando a portarlo addosso è una persona, come mi hanno detto, radiosa.
L'odore che mi portavo addosso ieri era quello della sconfitta e della rassegnazione, e appena salutati tutti con un filo di voce mi sedetti buona buona al mio posto e aprii il libro.
Non l'ho mai fatto prima.
L'amico di fronte a me, alzò subito gli occhi,e non li riabbassò più, metaforicamente, tutto il pomeriggio. Una mano sulla spalla, una domanda sola, una volta.
Ma il mio niente, non se lo è bevuto.
Tu nemmeno ti sei girato, ridevi, forse, con il tuo migliore amico.
Sentivo la tua voce e avevo voglia di piangere, ma non potevo.
Non ti ho mai rivolto lo sguardo.

Sono io, nell'angolo
Sono io, sotto i riflettori
E non ce la faccio più
Mentre cerco di restare con te
E non so se riesco a farcela
Oh no, ho detto troppo
Non ho detto abbastanza.

Arrivò il Rubacuori del posto.
"Oh, ma che ha ora questa?"
Il tono non mi è piaciuto.
Tu eri di fronte a me, un po' sulla mia destra, e io fissavo lo spazio vuoto tra il mio amico e te. Oppure le piastrelle.
Si parlava di palestre, mi hai detto una stupidaggine senza nessun significato, probabilmente per sondare il terreno.
Ho tirato le labbra a forza, non volevo sorridere e non volevo domande.
Ho ricominciato a fissare il vuoto, e tu hai ricominciato, come sempre, a dimenticarti della mia esistenza.
In giardino il Rubacuori ha iniziato una discussione privata tra me e lui sulla grecia. Altre parole senza senso, ma ero grata di quelle parole, e ho provato a dialogare un po'.
Sentivo la mia voce da tutto il pomeriggio, un tono basso e monocorde che non mi è mai appartenuto.
Ho sentito due dita del Rubacuori sotto il mio mento.
Il gesto mi è piaciuto.
Ha rifiutato di darmi una delle sue sigarette.
"Io non ti ho mai vista fumare, e non inizierai in questo momento."
Ha ignorato la mia risposta piccata, nervosa.
Lui era al nostro fianco, ma era come se non ci fosse, e piano, piano, il mio odore di rassegnazione aumentava.

Considera questo:
lo sgambetto che mi ha messo in ginocchio
Sconfitta
E se tutte queste fantasie
tornassero a flagellarmi?
Ora ho davvero detto troppo.

"E' brutto amare senza essere corrisposti"
Doveva suonare come una battuta, e invece mi sono accorta che l'ho detto con tutta l'amarezza di cui ero capace.
Tu eri d'accordo, e non passò nemmeno un secondo prima di confermarti che lo so anche io, d'esperienza.
Non ho mai parlato così a bassa voce,e quando per scherzo ho voluto un bicchiere d'acqua, ti sei alzato, come un cameriere.
Sono andata a prendermelo da sola, e l'ho bevuta tutta, controvoglia.
Seduti poi sul muretto, mi sono chiesta tante cose.
E ho visto chiaramente, così dannatamente chiaro, che tu non mi vuoi, e non mi vorrai mai.
Siamo incompatibili, io pretendo troppo, e tu non hai intenzione di dare.
Non a me. Per il resto non voglio entrare nel merito, non ora.
Nel bagno del locale ho chiesto a una amica di non dire niente.
Soprattutto di non chiedere.
Ho pianto per un minuto, mi sono sciacquata per bene la faccia e sono uscita a parlare con gli altri.

The show must go on.

10.5.08

Vischioso

Mi sa che sono rimasta colpita un po' troppo.
Mi aggiro con il nodo in gola di chi non vuole ammettere che c'è qualcosa che non va.
Non ho tempo di rimanere a casa: gli impegni premono.
Eppure metto su delle canzoni dei Bad Religion, mi siedo in un angolo e sento quella voce che ripete ancora: spero che quella volta tu ti sia divertita davvero molto, perchè ti dovrai accontentare.

Il dispiacermi di non bastare

Diciamocelo subito per togliere ogni dubbio: non è che stia morendo.
E' un male sottile, la coscienza di esser qualcosa ma non abbastanza.
E' quel che ti lascia a guardare fuori dai finestrini, a provare a stare zitta per vedere l'effetto che fa.
E' cercare di pensare a ricostruirmi, a quale sarebbe il modo giusto per costruirmi come tu mi vuoi, e capire che non ci riuscirei, non è vero che si cambia per amore.
O forse, per l'Amore, sì, ma a questo punto, rimando all'assioma iniziale.
Sono imperfetta, e faccio chiasso, e sono ansiosa.
Parlo troppo, non ho caviglie sottili e mani lunghe, ho imparato anche a giocare a biliardo ma probabilmente non è abbastanza.
Non sarò mai abbastanza, perchè non è un insieme razionale di qualità quello che ci spinge verso qualcuno...anche perchè se no tu non ti spieghi, con i tuoi vuoti immensi e lo sguardo lontano, con le dita rosicchiate e il mento sporco del sugo della margherita.
A volte penso che sotto tutto...non ci sia niente. E mi stia divertendo a rincorrere un grande vuoto.
Mi rendo conto e non insisto, guardo oltre, ma ogni volta è un tentativo in più andato a vuoto, ogni sasso che lancio nel lago fa troppi pochi balzelli prima di affondare, in fondo anche da bambina non ero brava, checchè papà si impegnasse a farmi vedere il metodo.
Oggi ho detto che mi hanno frainteso. Non è vero.
E' che a volte davvero lo sento quel dispiacermi di non bastare, il tuo modo imperfetto di rimbombare, le tracce profonde sugli zerbini, calpestati con quel corpo che ti trascini dietro quasi per caso.
Mi piacciono anche le tue parole sul niente, suonano sempre come un regalo inaspettato, ne sei tanto avaro.
Comunque sia, è necessario un altro giro di giostra..su un femminile sentivo parlare dei transitional men.
E mi sono ricordata, all'improvviso, di avere un appuntamento fissato tra una settimana, vuoto come un uovo di pasqua ma da qualche parte, diavolo, bisogna pur cominciare.

4.5.08

Occhi neri

[che progetti fai su di me?]
Che stranezza camminarti accanto, e lasciare indietro tutti gli altri.
Che stranezza te che capisci che la mia è soltanto un'altra declinazione della tua stessa timidezza.
Che strano sentirti dire che "ci organizziamo e andiamo".
Lo so che non sono quel che vuoi, ma per me è già così strano così.
E sei qui con me, vicino a me.
Proprio me.
E se quel che vedi è solo un'amicizia stentata, andrà benissimo, e sono sincera.
Che strano, tu che mi dici che hai scaricato l'album ma non l'hai ancora sentito.
Chissà se ti rivedi con la stessa chiarezza come ti vedo io, in questa canzone.
[cicca spenta sul parquet..ti prendo e poi ti fumo]